Long Range Italia a.s.d.

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SMITH & WESSON MP 15 ovvero, la carabina ufficiale della L.R.I.

Tra le numerose novità regolamentari del campionato italiano 2013 di “Five at 200” vi è l’introduzione della categoria dedicata alle carabine semiautomatiche. Non ci sono dubbi sul fatto che la parte del leone in questa categoria la faranno le armi di derivazione militare, sicuramente quelle che in questo momento storico riscuotono i maggiori consensi sul mercato, forti del grande fascino esercitato sugli appassionati di armi.

Tra tutte le armi militari sul mercato, l’M 16 è sicuramente quella più famosa ed apprezzata dagli oplologi, grazie alla sua eccezionale  diffusione tra gli eserciti di tutto il mondo ed alla straordinaria longevità di servizio, che dura da oltre 45 anni.

Il progetto COLT AR-15, infatti, nasce alla metà degli anni ’60, sulla base di quella che avrebbe dovuto essere la nuova arma dell’esercito degli U.S.A., ovvero la carabina denominata AR-10, in cal. 308 win., progettata da Eugene Stoner. In quegli anni, però, l’esercito a stelle e strisce aveva iniziato una difficile guerra in Vietnam, e si da subito le truppe avevano avvertito il forte bisogno di un’arma più leggera e dal maggiore volume di fuoco. Si decise così di sostituire in gran fretta il validissimo fucile SPRINGFIELD M-14, arma molto affidabile, derivata dall’altrettanto glorioso fucile GARAND M1, ritenuto però obsoleto e troppo pesante per il nuovo tipo di conflitto che si stava combattendo nelle impervie foreste equatoriali e nelle malsane paludi del delta del fiume Mé Kong.

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A conflitto iniziato, dunque, i vertici militari statunitensi si resero conto che il nuovo AR-10, sebbene più moderno e leggero dell’M-14, avrebbe risolto solo in parte i problemi strategici che la campagna militare in Asia stava evidenziando; il calibro 308 win. rimaneva pur sempre una munizione pesante e voluminosa e le pattuglie militari che dovevano rimanere isolate per giorni nella giungla non avrebbero mai potuto portare con se un congruo numero di cartucce. Alla COLT venne così chiesto di cambiare “in corsa” quel progetto e dallo studio che avrebbe dovuto far nascere l’AR-10, il nuovo fucile d’assalto delle truppa U.S.A., prese vita, in tempi rapidissimi, l’AR-15, in calibro 5,56×45 mm. La nuova arma entrò in servizio in Vietnam nel 1967, con una prima fornitura di 90000 pezzi assegnati a truppe di seconda linea e vigilanza aeroporti, con la denominazione M-16, con la quale è passata alla storia. 

La carriera iniziale dell’M 16 fu macchiata da diversi difetti di gioventù, che furono causa di numerosi inceppamenti e, probabilmente, della morte di numerosi sfortunati militari, tant’è che la COLT corse subito ai ripari, proponendo ben presto la versione modificata denominata M 16 A1. Molti problemi accusati nelle prime fasi della sua storia erano dovuti anche all’innovativo sistema di funzionamento a recupero gas diretto; in quest’arma, a differenza di tutte le altre semiauto o full auto sino ad allora prodotte, i gas di combustione ad alta pressione sottratti dalla canna non vanno a spingere su un pistone collegato ad un’asta che, a sua volta, muove l’otturatore, ma vengono convogliati in un tubetto che porta li porta a spingere direttamente sulla struttura “porta-otturatore”. Tale sistema permise alla COLT di realizzare un’arma leggera e facile da mantenere, con pochissimi pezzi soggetti a rotture o usura. Di contro, però, questa organizzazione meccanica porta la sporcizia prodotta dai gas di combustione a contatto con la meccanica, provocando qualche mancata chiusura della testina dell’otturatore. La prima soluzione al problema fu trovata modificando il propellente usato per caricare le munizioni; la cromatura dell’anima di canna e l’adozione del Forward Assist fecero il resto.

Fu così che un’arma, nata quasi per caso, divenne il fucile d’assalto più famoso e diffuso nel mondo, prodotto oggi da innumerevoli fabbriche in ogni continente in svariate versioni.

Il brevetto industriale COLT è scaduto da ormai diversi anni e, pertanto, come già accaduto per un altro mito creato dalla prestigiosa casa di Hartford, la pistola modello 1911/A1, tanti altri costruttori ne hanno approfittato, mettendo in produzione una propria versione di questo fucile.

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Credo non esista oggi Paese industrializzato dove non venga prodotto un clone di M-16 o qualche sua componente.

Sul mercato civile se ne trovano ormai tantissimi modelli, prodotti principalmente negli USA, ma anche in Cina, Canada, Turchia, Italia, Gran Bretagna, Germania, Sudan e chissà dove altro ancora.

Alcuni fabbricanti hanno scelto di riprodurre con la massima fedeltà il modello COLT originale, qualcuno si è limitato ad apportare piccole variazioni sul tema, mentre qualcun altro ne ha ripreso solo la linea, rivedendo però l’impostazione meccanica.

Quella che qui vogliamo presentarvi è la versione prodotta dalla SMITH & WESSON, che, come sa chi ci segue abitualmente, sarà l’arma che, grazie all’importatore italiano del prestigioso marchio, la Bignami di Ora (BZ), troverà posto sulle linee di tiro di tutto il campionato italiano di “Five at 200”, a disposizione di chiunque la voglia provare.

La scelta aziendale fatta da questo fabbricante, famoso nel mondo per i suoi revolver, e qui alla prima sortita nel mondo delle armi lunghe, è stata quella di mantenersi abbastanza fedele al modello originario.

La vera novità introdotta dalla S & W consiste, semmai, nel prezzo con cui questa carabina viene proposta sul mercato, decisamente concorrenziale non solo con gli altri prodotti analoghi realizzati negli U.S.A., ma anche con quelli provenienti dalla Cina. Questa casa americana, inoltre, ha deciso di mettere in produzione due diversi allestimenti del suo M-16, uno più economico ed uno più raffinato, la cui realizzazione è affidata al suo noto “Performance Center”. La qualità rimane elevatissima in entrambe le versioni, ma la riduzione dei costi è stata ottenuta rinunciando a qualche particolare “superfluo”.

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Bisogna intanto dire che le armi che sono oggi in distribuzione si differenziano alquanto dal primo modello di MP-15 introdotto sul mercato qualche anno fa; sulla versione attuale non è più presente il maniglione di trasporto, vera caratteristica distintiva del militarissimo modello M-16, ma che non ha alcuna ragion d’essere su un fucile destinato ad usi civili; l’aspetto esteriore viene però oggi impreziosito dalla calciatura telescopica, che va a sostituire la classica pala fissa stile “Vietnam”; i primi esemplari prodotti, inoltre, venivano consegnati in una bellissima valigetta in plastica rigida, sulla quale campeggiava il logo del produttore, ma oggi, in tempi di crisi economica, ci si deve accontentare di un imballo di cartone.

La versione che la Bignami ha messo a nostra disposizione è quella di alta gamma, con canna da 16’ (ma in produzione vi sono anche le canne da 14’ e 20’), per l’occasione dotata di ottica MEOPTA modello R1 Tactical 6-16×44, con reticolo Mil-Dot. Per acquistare quest’arma così come vi appare nelle foto a corredo, occorre un assegno di 2260 euro (1350 il fucile e 910 l’ottica), un prezzo decisamente abbordabile per un binomio di altissimo livello. Se si vuole risparmiare un po’, basterà attendere l’arrivo in Italia della versione più economica che, a parità di lunghezza di canna, avrà un prezzo di circa 200 euro inferiore (parliamo sempre di prezzi al pubblico consigliati dall’importatore).

Sulla meccanica di quest’arma si sono già scritti poemi, così come sulla sua ergonomia, considerata tra le migliori nel settore dei fucili d’assalto, per cui non voglio tediarvi facendovi leggere cose che avrete già letto chissà quante volte. Mi soffermerò, invece, ad evidenziare quelle che ritengo siano le particolarità di questa versione.

Cominciamo dalla canna, che, almeno in questa configurazione da 16’, si presenta esternamente con la classica linea della versione militare, dotata dell’immancabile rompi fiamma, che in poligono non serve assolutamente a nulla ma che rende l’aspetto esteriore molto “cattivo”. Elemento distintivo di questa canna è, invece, il suo twist. La S. & W. ha scelto di discostarsi dal classico passo di rigatura adottato dall’arma militare, quello 1/7, per optare per un più versatile 1/9. Le armi militari sono costrette ad usare il passo molto corto per poter stabilizzare le lunghissime pallottole traccianti, ma siccome nessun civile potrà mai usare certe munizioni (almeno qui in Italia), ecco giustificata la scelta di usare un twist più lungo, che consente di stabilizzare una maggior varietà di proiettili.

Questa versione dell’MP-15 viene consegnata senza organi di mira, ma con due rail; sulla slitta picatinny posteriore si potrà montare un sistema ottico di puntamento o una diottra micrometrica; nel caso in cui si opti per l’uso delle mire metalliche, si dovrà usare anche la slitta anteriore, montata in corrispondenza della valvola di presa gas, per installare un mirino. Diottra e mirino non sono forniti con l’arma, ma in commercio se ne trovano a profusione (l’after market dedicato a questo fucile è quanto di più completo esista nel mondo delle armi).

Chi volesse usare quest’arma per il tiro sportivo dovrà necessariamente entrare nel mondo degli accessori after market per sostituire il pacchetto di scatto. Quello montato di serie è praticamente la versione militare, la cui durezza di sgancio è a prova di “fante maldestro”. La corsa del grilletto è abbastanza corta e lo sgancio del cane rimane netto e pulito, ma la trazione da esercitare è veramente tanta, quantificabile attorno ai 5 kg, un po’ troppo per cercare di spremere al massimo la precisione intrinseca dell’arma. Con uno scatto match, al di sotto dei 1000 gr, le cose, in termini di precisione, dovrebbero cambiare radicalmente.

Molto bello il caricatore fornito dalla S. & W., di solido tecnopolimero. Quello che usiamo noi è nella configurazione da 20 colpi, ma limitato a 5, mentre quelli normalmente forniti con quest’arma sono da 30 colpi (limitati a 29); il caricatore lungo conferisce all’arma un look più marziale ma renderebbe complicato il tiro dal bancone.

Il calciolo telescopico ( o “collassabile”) che la casa ha scelto di montare su quest’arma è sempre finalizzato al conferimento di un aspetto “tattico”, ma non ha alcuna utilità nel tiro sportivo.

Le carabine della linea più economica si discosteranno da queste per piccoli particolari, quali la presenza del mirino e l’assenza del pulsante per la chiusura d’emergenza dell’otturatore (il Forward assist). Il classico mirino militare, montato sulla sua alta rampa di forma triangolare, potrebbe anche essere gradito da chi apprezza il familiare look militare dell’arma, ma diventa ingombrante se si decidesse di usarla con l’ottica. La struttura alta del porta mirino va a posizionarsi davanti alla campana dell’ottica; la cosa non dovrebbe costituire un grosso problema perché ad una distanza così ravvicinata il mirino non verrebbe focalizzato nell’ottica, ma certamente la sua presenza andrebbe a sottrarre luce alle lenti. Per ovviare al problema si potrebbero usare anelli dell’ottica alti, ma bisognerebbe vedere come poi si riuscirebbe a traguardare nel tubo poggiando la guancia sul calcio. Un’altra soluzione arriverebbe sempre dall’after market; basterebbe sostituire la valvola di presa gas con un’altra priva del mirino. Se proprio non volete il mirino e non volete spendere altri soldi, non resta che la soluzione drastica: il frullino.

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Per qualsiasi uso sportivo, sia esso il tiro di precisione che dinamico, queste armi vanno usate con sistemi ottici di puntamento e, quindi, la presenza del mirino è del tutto superflua, così come non ha alcuna utilità il pulsante, normalmente presente sul lato destro delle  armi militari, che consente, spingendolo con il pollice, di forzare la chiusura dell’otturatore; accessorio utilissimo ai marines americani nelle operazioni in ambienti desertici o paludosi, dove residui di sabbia o fango finiti sull’otturatore, oltre al normale sporco che in questo tipo di arma si accumula a seguito dello sparo, ne potrebbero causare la mancata chiusura, ma che per il tiratore da poligono, che pulisce accuratamente la sua amata carabina dopo ogni seduta di tiro,  non ha alcuna utilità pratica.

La nostra arma l’abbiamo messa a dura prova nel corso della prima gara del campionato italiano di “Five at 200”, ovviamente sulla distanza dei 200 m. Nulla da dire sul livello di affidabilità: la nostra MP 15 ha sparato per due giorni consecutivi, digerendo senza alcuna incertezza ogni tipo di cartuccia, dalle economicissime Barnaul alle raffinate Hornady. Nonostante l’otturatore non sia stato mai pulito nella due giorni di Tour de Force, non abbiamo riscontrato alcun inceppamento. Per quanto riguarda la precisione è doveroso fare alcune considerazioni preliminari: nelle nostre gare si possono usare un massimo di 14 ingrandimenti dell’ottica, il bersaglio è quello della carabina olimpica a 50 m, quindi, con un barilotto nero di 10 cm di diametro, lo scatto dell’arma richiede un minimo di assuefazione, specie per tiratori abituati agli scatti match da pochi grammi, ed infine, bisogna tener conto che una canna nuova comincia a dare il meglio di se dopo qualche centinaio di colpi di rodaggio.

Tutto questo solo per dirvi che le prestazioni rilevate in tale occasione vanno prese con il beneficio d’inventario.

Nel complesso, l’arma, provata con diversi tipi di cartucce e con proiettili dai 55 ai 77 grs, ha dimostrato di avere ottime potenzialità e di prediligere le palle da 62 grs, con le quali è stata in grado di realizzare rosate “sub MOA”. Le palle Hornady da 75 grs, tuttavia, che nella prima giornata di tiro sembravano proprio indigeste a questa canna, bisogna poi dire che alla fine della seconda, dopo un rodaggio di almeno 300 colpi, cominciavano a dare dei bei risultati.

Potremmo ipotizzare, quindi, che con uno scatto migliore, una canna ben rodata e le munizioni ad hoc, con un’arma del genere si possano realizzare rosate nell’ordine del ½ M.O.A., risultato che sarebbe davvero ottimo per un fucile semiautomatico.

Se continuerete a seguire le cronache delle nostre gare, potrete rendervi conto del livello di competitività che può essere raggiunto da quest’arma.

Sarà anche bello vederla confrontarsi con fucili simili ma di ben altra fascia di prezzo, per compararne il livello di competitività.